Interrogatorio formale

A differenza di altri ordinamenti in cui le parti hanno ampio spazio dichiarativo, potendo sollecitare il proprio interrogatorio, (con l’obbligo di dire il vero),nel rito civile italiano l’interrogatorio formale  può essere richiesto solo dalla controparte e non dall’interrogando (Cass. n. 3641 del 09/08/1977). L’obiettivo da raggiungere è essenzialmente quello, antiprocessuale, della confessione (“provocata mediante” l’interrogatorio, secondo il testo dell’art. 228 cpc), mentre “non possono farsi domande su fatti diversi da quelli formulati nei capitoli” (art. 230 cit.).

La circostanza per cui l’interrogatorio formale è circondato da garanzie per lo stesso interrogando, per cui non può debordare dal suo oggetto, è del resto comprovata dal fatto che le risposte alle domande non “formalmente” poste (e su cui la parte non ha potuto previamente riflettere, assistita dal difensore), da farsi ricadere nell’ambito dell’interrogatorio libero, non possono valere come confessione stante l’eccettuazione che l’art. 229 c.p.c., fa rispetto al “caso dell’art. 117 c.p.c.”. D’altro canto, se è vero che le dichiarazioni aggiunte alla confessione trovano disciplina nella legge (art. 2734 c.c.), è anche vero che, per quanto detto, nell’ambito dell’interrogatorio formale esse non possono che avere uno spazio limitato, subordinatamente – stavolta, in senso opposto a quello assunto dai ricorrenti – all’accordo di parti e giudice (v. art. 230 c.p.c., comma 3).

Cassazione civile Sez. II Ordinanza n. 2956 del 07/02/2018

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