Ricusazione, ‘causa pendente’

La “causa pendente” tra ricusato e ricusante, ai sensi dell’art. 51, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., non può essere costituita dal giudizio di responsabilità di cui alla legge 13 aprile 1988, n. 117, che non è un giudizio nei confronti del magistrato, bensì nei confronti dello Stato; – premessa la tassatività e non estensibilità in via interpretativa delle ipotesi previste dall’art. 51, cit., ai fini della possibilità di astenersi e, correlativamente, dall’art. 52 relativo alla ricusazione, e che l’inimicizia prevista dall’art. 51 n. 3 deve riguardare “rapporti estranei al processo” e non può essere dimostrata sulla base di soli comportamenti processuali del giudice, ritenuti anomali dalla parte ricusante, la quale è tenuta a indicare fatti e circostanze concrete che rivelino l’esistenza di ragioni di rancore o di avversione; nella specie il ricusante non ha allegato la sussistenza di fatti integranti una “grave inimicizia”, nei termini appena precisati, tra lui e i due giudici ricusati, né di fatti integranti la prova di un loro “interesse nella causa o in altra vertenza su identica questione di diritto”, né, tanto meno, che tale interesse sia “personale e diretto”.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, ordinanza 9 maggio – 26 luglio 2017, n. 18395