La prescrizione in ambito UE

L’applicazione di una disciplina penale in malam partem non costituirebbe violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Secondo l’Avvocato Generale presso  la Corte di Giustizia dell’UE (Conclusioni presentate il 18 luglio 2017), la ‘creazione’ da parte del Giudice nazionale di una norma che comporta (retroattivamente) l’applicazione di una disciplina penale in malam partem non costituirebbe violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. L’unico limite temporale massimo ammissibile,secondo tale tesi, coinciderebbe con la ragionevole durata del processo che deve tener conto, tra l’altro, della complessità oggettiva della specifica vicenda; diversamente ragionando, si giustificherebbe un sistema penale in cui, di fatto, i reati più gravi sono destinati a rimanere impuniti e i diritti lesi da tali reati a restare privi di tutela.

Anteponendo l’esigeza di perseguire i reati più gravi, il principio di legalità  si ritiene adeguatamente salvaguardato se l’autore del reato,al momento del fatto, è nella condizione di sapere: a) quale reato commette, b) a quale pena va incontro, c) esistenza di un limite temporale (prescrizione)  entroilquale -e non oltre- un procedimento penale potrà essere iniziato a suo carico.

L’Avvocato generale ritiene -pertanto- che, laddove entro il termine suddetto, si inizia il procedimento penale, il reo non deve più poter contare sulla prescrizione iniziale, ormai interrotta per cui deve prevalere sul diritto interno un concetto uniforme di interruzione della prescrizione, secondo cui ogni atto d’imputazione o ogni atto che ne costituisce la prosecuzione interrompe il termine prescrizionale, cancellandolo e sostituendolo con un nuovo termine di durata identica, calcolato a partire dal compimento dell’atto interruttivo.

Questo è il nucleo essenziale delle conclusioni presentate nel procedimento avviato dalla Corte costituzionale della Repubblica italiana, a seguito di  ordinanza di rinvio pregiudiziale, con la quale si è sottolineato che l’obbligo stabilito dalla Corte di giustizia nella sentenza T* costringe il giudice penale italiano ad applicare ai reati commessi precedentemente alla pubblicazione di tale sentenza, (8 settembre 2015) e non ancora prescrittisi, termini di prescrizione più lunghi di quelli inizialmente previsti alla data in cui detti reati sono stati commessi. La Corte costituzionale ha rilevato, inoltre, che tale obbligo non si fonda su alcuna base giuridica precisa e che si basa, peraltro, su criteri che essa ritiene vaghi. Pertanto, tale obbligo porterebbe a riconoscere al giudice nazionale una discrezionalità che può comportare rischi di arbitrio e che eccederebbe, inoltre, i limiti della sua funzione giurisdizionale.

Sul punto ha preso nettaposizione l’Unione delle Cameer penali italiane che,con unanota, intervengono sostenendo che “Ci si pone, così, in evidente contrasto con quanto affermato dalla nostra Corte Costituzionale con l’ordinanza (di rinvio) n. 24 del 2017 secondo cui la Carta fondamentale «conferisce al principio di legalità penale un oggetto più ampio di quello riconosciuto dalle fonti europee, perché non è limitato alla descrizione del fatto di reato e alla pena, ma include ogni profilo sostanziale concernente la punibilità».

E ci si pone in contrasto anche con l’orientamento della Corte di Lussemburgo già espresso nella causa pregiudiziale relativa alla (vecchia) disciplina italiana delle false comunicazioni sociali di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., laddove la Grande Sezione ha espressamente affermato che attribuire effetto diretto ad una direttiva, con conseguente disapplicazione del diritto interno ad essa contrastante, «non può avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale» (Corte di Giustizia, sentenza 2 maggio 2005).

Nota della Giunta UCPI del 2 agosto2017

Conclusioni dell’Avvocato Generale Corte UE

Sentenza UE proc. C-105/14 da cui nasce il caso

 

 

 

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